Le sentenze vanno lette. E capite. Soprattutto va letto il dispositivo, quando assolve o condanna. E se una sentenza assolve in via definitiva perché il fatto non sussiste, non ci sono “ma” o “però”. Comprendo (ma non giustifico, ovviamente) l’ignoranza della persona comune che spesso non sa di cosa scrive o parla, ma non comprendo né giustifico quella degli addetti ai lavori, che di diritto dovrebbero sapere, e che, forse per un guizzo di desiderio visibilità estemporanea, mettono in dubbio ciò che è definitivo e non è MAI stato messo in discussione.
È davvero interessante notare come ci siano persone che di fronte alla prospettiva di cause civili (già, perché di esse ho dati anagrafici e quindi niente querela) insistono e persistono in attività mistificatorie ed evidentemente diffamatorie. Interessante quanto certuni non conoscano il senso del limite, nonostante sappiano a cosa andranno incontro, poiché il perimetro degli illeciti civli è assai più ampio di quelli penali.
Un tale istinto autodistruttivo, solo ed esclusivamente umano. Che fa quasi pena. Ma quasi, eh.
Alberto Stasi fu assolto in via definitiva dall’accusa di detenzione di materiale pedopornografico con sentenza della Corte di Cassazione del 16 gennaio 2014 (motivazioni depositate il 5 marzo), poiché la stessa Corte, ponendo l’accento sull’INSUSSISTENZA DELL’OGGETTO STESSO DEL REATO, aveva ESCLUSO che si potesse parlare di materiale pedopornografico con riferimento a “minuscoli frammenti di files, magari nemmeno coordinati e sequenziali e quindi assolutamente illeggibili ed inutilizzabili”, dato che il concetto di “materiale” pornografico minorile può riferissi solo a files che abbiano in concreto natura pedopornografica e siano, pertanto, visionabili.
In sostanza, quei files nel computer di Alberto Stasi non solo non erano visionabili ma per la loro frammentarietà non erano neanche riconducibili a materiale pedopornografico. Per questo Stasi fu assolto perché IL FATTO NON SUSSISTE, ossia non sussisteva proprio la fattispecie di reato.
CHIUNQUE, e sottolineo CHIUNQUE, insiste a sostenere che all’interno del computer di Stasi ci fosse materiale pedopornografico o materiale a sfondo sessuale di natura illecita ne risponderà in sede civile e/o penale e/o disciplinare qualora iscritto a un albo professionale.
Ricordo che i tempi di prescrizione dell’azione civile sono cinque anni (i quali possono essere interrotti infinite volte) e quelli disciplinari tre anni.
Il tempo c’è. Le occasioni per evitare di essere chiamati e rispondere di diffamazione aggravata, pure. #garlasco
La diffamazione aggravata non porta necessariamente alla querela. Uno strumento che fa più paura sulla carta che nella realtà, poiché la maggior parte di esse finiscono nel dimenticatoio e portano a procedimenti lunghi che si concludono spesso con una pena sospesa. E quindi, a parte l’onorario dell’avvocato, le conseguenze sono spesso irrisorie. Inoltre, il termine per presentarla è di tre mesi e questo induce molti diffamatori più o meno seriali a sperare di farla “franca”.
L’azione civile, invece, tocca il portafogli. E, tranne casi isolati, qualche soldo e qualcosa da perdere ce l’hanno tutti. Questa azione si prescrive in cinque anni e la prescrizione può essere interrotta infinite volte. Quindi, chi diffama sui social, sulla carta stampata o in tv si espone a potenziali azioni di responsabilità fino a quando avrà fiato in corpo.
È bene ricordarlo. Io lo faccio. #garlasco
Per chi vorrà, ci vediamo stasera a @RaiPortaaPorta su @RaiUno
Serata speciale al Bravo Caffè a Bologna. Con Pino Rinaldi, Roberto Porta e Daniele Occhetti. E tantissimi altri. Grazie a tutti. Di cuore. #pinorinaldi #garlasco
La Procura generale di Milano ha concluso l’esame dei faldoni relativi all’omicidio di Chiara Poggi, prodromico al parere per la richiesta di revisione per Alberto Stasi.
Ieri il collega Tizzoni è stato ricevuto dalla procuratrice generale dottoressa Nanni ma ha smentito di aver parlato del caso Garlasco. Nessuna indiscrezione stampa è uscita sul contenuto di questo colloquio.
Mi viene da pensare, e sperare, che il parere della Procura sarà favorevole.
Aspettiamo. Manca poco, ormai. Davvero poco. #garlasco
Perché oggi si è così convinti che esistano prima i diritti e poi i doveri? Perché si crede che siano gli altri, impersonificati a seconda della convenienza nei genitori, nel mondo adulto in generale o nel vago concetto di Stato o società, a dover garantire un lavoro ben pagato, una casa vicino a quel lavoro, ferie in abbondanza e aperitivi come se piovesse?
Forse perché abbiamo abituato le giovani generazioni ad avere tutto ancora prima che nella loro testolina si formasse il desiderio. E forse perché abbiamo spento in loro ambizione, coraggio, spirito di sacrificio. Che non è rinunciare alla vacanza a Ibiza in estate o all’ultimo modello di IPhone, ma a una serie di rinunce e difficoltà che neanche hanno mai sentito nominare. Ma che, fino a pochi decenni fa, facevano parte della vita di tutti. O quasi. Stiamo crescendo ragazzi incapaci di affrontare le sconfitte, chiusi nei loro mondi social in cui tutto è facile, perché non devono confrontarsi con ciò che è reale. Come gli altri esseri umani.
Abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare. Ce ne rendiamo conto, ma perseveriamo. Diabolicamente.
Leggo di gente che difende questi criminali che stanno letteralmente devastando le nostre città e mettendo in pericolo la nostra sicurezza, dicendo che sono quelli che ci salveranno da decenni di sottomissione capitalista.
Gente che dovrebbe farsi il trapianto di cervello. Perché se davvero si pensa che queste orde di criminali che stanno depredando, saccheggiando, distruggendo, rubando facciano tutto questo per i nostri diritti anziché per un loro esclusivo tornaconto personale (oltre che per palese disprezzo verso di noi), si pensa la più immensa scemenza che un cervello umano possa partorire.
Una democrazia sana non ha paura di mettere in discussione nessuno, e sottolineo nessuno, dei componenti che costituiscono le sue ossa, i suoi muscoli, la sua pelle. Non ha paura di combattere la malattia estirpando il male. E non ha paura di amputarsi un arto se serve a salvare tutto il resto.
E no. Non è in discussione l’intero corpo dei Ris, che tanto di buono ha fatto e continua a fare per rendere giustizia a vittime di crimini efferati. Ma è in discussione l’operato di alcuni di quei Ris, che potrebbero aver agito in modo poco trasparente favorendo, più o meno consapevolmente, le indagini contro Alberto Stasi e la costruzione di un impianto accusatorio che l’ha condannato a sedici anni di carcere.
Una democrazia sana non ha paura di individuare e stigmatizzare le azioni di chi ha sbagliato. E chi ha sbagliato, non deve rifugiarsi dietro la divisa che ha portato o che porta. Perché non è quella a essere in discussione. Né mai lo sarà.
Uomini cercasi. Non caporali. #garlasco
Il fermo di Alberto Stasi del 24 settembre 2007 non venne convalidato non perché era dubbia la presenza di sangue di Chiara nel DNA sui pedali della bicicletta di Alberto, ma perché non c’era il pericolo di fuga. Infatti, la PM Muscio basò il fermo anche su quello, sul fatto che Stasi, di rientro da una vacanza studio a Londra, potesse scappare all’estero. Un pericolo frantumato dal GIP che non convalidò, appunto, quel fermo. La presenza del DNA sui pedali rimase una certezza granitica fino a pochi mesi fa e la sua compatibilità col sangue della vittima rappresentarono uno degli indizi più importanti che ne sancirono le colpevolezza processuale nel 2014 in Corte d’Appello e nel 2015 in Cassazione. Non ci sbagliamo. #garlasco






